ALLA FACCIA (OCCULTA) DI CERTA QUALITÀ
… Ai giorni d’oggi gl’innocenti cartelli hanno lasciato il posto ad attestati di certificazioni di qualità a volte sbandierati fino alla nausea a volte accennati con rara discrezione. A parte la serietà e la competenza, neanche minimamente discutibile, degli enti certificatori, la gestione quotidiana spesso procede in senso opposto a quello dello spirito stesso della “qualità”. Altro che consapevolezza della dignità delle “cose”, altro che senso di rispetto profondo di se stessi e degli altri!!! Nei migliori dei casi la certificazione è soltanto uno specchietto per le allodole tutta tesa a turlupinare la buona fede altrui con una offerta di vuoto e d’inconsistenza, nei peggiori diventa strumento di prevaricazione, di rivalse personali, di misfatti sapientemente camuffati che annichiliscono la radice stessa del pensiero: tutto diventa una terra devastata su cui aleggia spettrale il terrore e il livore, la dissociazione e il disincanto, il meccanicismo robotico e l’infingardaggine, la reazione sanguigna e l’apatia… il tutto cementato da rari momenti di sorrisi e omaggi floreali che hanno solo il significato dell’appagamento di una vorace antropofagia altrimenti impossibile. 
Verso la fine degli anni sessanta ero assiduo di tipografie, dalle piccole e artigianali, che stampavano biglietti da visita e manifesti, alle grandi, alle stamperie d’arte… Sentivo nelle vene il pastoso inchiostro dei rulli, mi affascinavano gli svolazzi di biglietti da visita e locandine, mi stupiva il miracolo di riccioli e sbuffi d’incisioni impossibili che si tramutavano in perfetta armonia d’esistere. Non meno coinvolgente il fascino di una pubblicità che non mirava certo all’ingannevole (innocentissimi calembour, tautologie, chiasmi, e quant’altro, per prodotti d’ottima fattura destinati a fruitori d’ottima fattura umana)…
Una, comunque, mi è rimasta nella mente, piccola e discreta, ma di grande respiro. Lavorava prevalentemente con composizione a mano. Osservavo con infantile ammirazione la nascita delle pagine in riquadri da destra verso sinistra, carattere dopo carattere, e mi stupiva la disinvoltura delle varie operazioni: i ragazzi che vi lavoravano, miei coetanei, non sembravano adoperare il senso della vista bensì del tatto e tutto un extrasenso di equilibrio e armonia estetica. Sembrava impossibile! A pagine stampate, dai grandi tavoli spariva tutto, in un vuoto riposante e già magicamente proteso a nuove magie editoriali. Sapienza di mestiere, mestiere sapiente. Discreto e disarmante, nel bel mezzo della parete principale un cartello di rara modestia suggeriva: OGNI COSA AL SUO POSTO, UN POSTO PER OGNI COSA. Un trauma per il mio ordinato disordine (di quei tempi ed attuale)!
A dispetto dei miei agili dattili, dei miei gravi spondei, di una latinitas profondamente assimilata ma ellenicamente rifiutata, mi fermavo sull’accezione comune (allora come ora) del termine “cosa”, dimenticando la vastità del significato della “res” latina. Mi sfuggiva soprattutto l’aspetto dell’abito mentale del suggerimento, il senso di consapevolezza della dignità delle “cose”, il senso di rispetto profondo di se stessi e degli altri nella delicata operazione di fusione della realtà del proprio modo di essere e la realtà fisica: procedure, non codificate, permeate da un senso profondo di empatia umana, modelli, meccanici sì, ma lineari e trasparenti nella loro umiltà di rappresentare l’incarnazione di un pensiero…
ALLA FACCIA DI CERTA QUALITÀ!!!
XIX FEBBRAIO

"poscia più che 'l dolor potè..." il terrore!!!
Storia e Nemesi, nemesi storica
Il mio approccio alla Storia è stato più o meno come per tutti: amene (o barbose) letture scolastiche, date, generalizzazione di periodi, superficialità. Nessuna estrospezione, nessuna analisi, nessun approfondimento e, soprattutto, la piatta convinzione di una mummificazione di fatti ed eventi cristallizzati nel loro tempo, senza continuità, senza inferenza nei tempi successivi (soddisfaceva la generica asserzione del “presente figlio del passato”). Alla distanza di parecchi anni la Storia irrompe prepotente e vendicativa nelle mie moderate tranquillità e squarcia l’opaco velo che mi dava l’illusione della distante cristallizzazione delle vicende umane del passato. Attraverso i baluginanti squarci vivo ora non la continuità bensì la identificazione di fatti e vicende (collettivi e individuali) d’oggigiorno con quelli dello stesso “oggigiorno” di secoli passati e recenti riassunti in un punto intemporale che ha un solo tempo: il presente. Soffermo l’attenzione sulla fenomenologia del mio esistere e del mio essere, dell’essere e dell’esistere degli altri: mi salva l’aver vissuto sempre “al di fuori” di tutto e di tutti e, soprattutto, al di fuori dei sistemi, per una mia ricerca personale di autenticità, come partenza di ulteriori ricerche? Non mi sorprende più di tanto la persistenza di categorie comportamentali (di essenza e di esistenza) che sembravano esorcizzate dalle grandi lezioni della Storia. Mi osservo, osservo l’uomo per istrada, l’artigiano, il professionista, il dirigente: osservo. A sprazzi piccoli segni si compongono in brandelli di ectoplasma che a poco a poco si concretizzano in realtà che avevo creduto, da buon frescone, non più possibili. Eppure, al di là delle apparenze accattivanti, delle parole suadenti, queste realtà sono dei cloni perfetti e concreti… Mi è capitato spesso di civettare, incallito esteta come credo di sentirmi, con l’idea di una mia certa affinità col Petronio Arbitro di latina memoria. Non ci civetto più! Ne sento l’assoluta identità che mi mortifica (o no?!) a clone perfetto! Mi supportano il clone di nerone (o nerona?) e di tanti tigellini (o tigelline?!): mi comporto, intanto, come se fosse un giorno qualsiasi: ascolto musica (il mio Grieg, che un perfetto ologramma mi ha radicato nelle vene col sapore della sua e della mia infanzia), leggo e tesso versi di delicata leggerezza, non discuto di filosofia, neanche in maniera leggera (per non affaticare le vene aperte), non mangio più di tanto! Mi prendo beffa della follia lucida e perversa di un istrione e, metaforicamente, mi dileguo… Altrettanto spesso un amaro d’erbe m’impasta la gola d’improvvise partenze verso terre promesse e subito sadicamente negate. Mi accolgono festosi valzer su viali affollati di comparse in tripudio. Intanto i bagagli, avidamente saccheggiati, sono smistati in macabri mucchi: ARBEIT MACHT FREI! E tutto alla luce di un “perbenismo” che dissimula perfettamente minuti baffetti sotto un sapiente maquillage. Non fosse per l’impercettibile fragranza di “non nocenza” diffusa nell’aria, nessuno si accorgerebbe del genocidio d’anime perpetrato, più che nell’indifferenza, nel dissimulato terrore generale! Più arduo camuffare enormi baffoni: i cloni sono cloni e prorompono prepotenti oltre la costrizione dell’apparenza. I gelidi gulag, in tutte le loro varietà, saranno pure confortevolmente riscaldati ma non arrestano la sistematica eliminazione degli oppositori… "Ero solo un granello di sabbia, minuscolo, senza peso alcuno e perciò destinato all'oblio immediato".Janusz Bardach Tutto metaforico? Forse! « Per fare le camere a gas, ci mancava il gas »(Aleksandr Isaevič Solženicyn).
Speriamo che continui a mancare!
La Storia ha avuto, per quanto mi riguarda, la sua nemesi, gliene dò atto: a quando la nemesi storica?
A quando il bunker finale?!

Tutti sapevano, tutti sanno: nessuno ha fatto niente (me compreso). Qualcuno però ha avuto più coraggio: ha dignitosamente resistito e l’ha neutralizzata… Peccato che sia toccata a qualcun altro la barbaria di una follia lucida e perversa. In pochi mesi ha imbavagliato le voci più oneste (alle docce!), ha fatto di tutto una terra devastata… si è metaforicamente servita dei forni, che avevano ospitato delicate e ingenue argille in immediate speranze, per consumare un genocidio d’anime che nessuno può perdonare… Sugli alberi dei cortili e dintorni volteggiano leggeri fiocchi portati da una delicata brezza: li riconosco ad uno ad uno! Mi chiedo in quali sporche mani si sia smistato il loro bagaglio di profonda umanità…!
A quando il BUNKER FINALE????!!!!CoronaFuneraria

Cronache quotidiane (o quasi): porca proca 2 (errore di battuta?)
Ci si può, dopo comportamenti nauseanti e misfatti criminosi, sdilinquire in ringraziamenti pietosi per strani omaggi floreali che hanno solo il significato di un inaspettato leccaggio di c…? Fosse stato un omaggio mortuario, avrei detto ugualmente di no (non ho il senso del perdono e della pietà nemmeno verso me stesso, immaginiamoci verso certa feccia che sa come manipolare per sadici scopi la non nocenza degli altri!).Приятного аппетита, Г-жа командир, buon appetito!


A proposito di lettere aperte
Di lettere ne ho sempre lette poche, scritte nessuna o quasi: ho avuto sempre la fortuna di una fresca immediatezza di comunicazione con gli altri. Ho dato tuttavia una sbirciata ad lettera aperta, ultimamente. A parte il tono maternalistico di rimprovero per un presunto comportamento poco ossequioso (i.e. non da leccac...) nei confronti delle alte (?) autorità, mi ha colpito l' ingenuità di frescona della mittente (strana per una persona che si è mostrata sempre attenta e sensibile ). Si chiede l'autrice, in un passaggio accorato, dove si stia andando... Possibile che non si sia accorta che SIAMO già ARRIVATI al punto di non ritorno della NEGAZIONE DEI DIRITTI dell'essere umano? Parlare di atmosfera kafkiana sarebbe andare oltre l'intendimento dell'autore; potrebbe essere divertentemente fracchiana o fantozziana se non fosse che la pelle dei SOTTOPOSTI non è una finzione da cassetta, è pelle di gente onesta spacciata per mer..ccia da chi in effetti è piena solo di questa fisiologica evacuazione e altrettanto piena di un potere vuoto e fine a se stesso...
Metafisiche private! Ma sono poi tanto private, queste metafisiche, o l'atmosfera risente di qualche cosa di socialmente molto grave, di uno stato di disagio collettivo pilotato al tutti contro tutti per un più agevole annichilimento della dignità della persona?


