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ALLA FACCIA (OCCULTA) DI CERTA QUALITÀ

di simpatico cobra (09/05/2008 - 00:15)


Verso la fine degli anni sessanta ero assiduo di tipografie, dalle piccole e artigianali, che stampavano biglietti da visita e manifesti, alle grandi, alle stamperie d’arte… Sentivo nelle vene  il pastoso inchiostro dei rulli, mi affascinavano gli svolazzi di biglietti da visita e locandine, mi stupiva il miracolo di riccioli e sbuffi d’incisioni impossibili che si tramutavano in perfetta armonia d’esistere. Non meno coinvolgente il fascino di una pubblicità che non mirava certo all’ingannevole (innocentissimi calembour, tautologie, chiasmi, e quant’altro, per prodotti d’ottima fattura destinati a fruitori  d’ottima fattura umana)…
Una, comunque, mi è rimasta nella mente, piccola e discreta, ma di grande respiro. Lavorava prevalentemente con composizione a mano. Osservavo con infantile ammirazione la nascita delle pagine in riquadri da destra verso sinistra, carattere dopo carattere,  e mi stupiva la disinvoltura delle varie operazioni: i ragazzi che vi lavoravano, miei coetanei, non sembravano adoperare il senso della vista bensì del tatto e tutto un extrasenso di equilibrio e armonia estetica. Sembrava impossibile! A pagine stampate, dai grandi tavoli spariva tutto, in un vuoto riposante e già magicamente proteso a nuove magie editoriali. Sapienza di mestiere, mestiere sapiente. Discreto e disarmante, nel bel mezzo della parete principale un cartello di rara modestia suggeriva: OGNI COSA AL SUO POSTO, UN POSTO PER OGNI COSA. Un trauma per il mio ordinato disordine (di quei tempi ed attuale)!
A dispetto dei miei agili dattili, dei miei gravi spondei, di una latinitas profondamente assimilata ma ellenicamente rifiutata, mi fermavo sull’accezione comune (allora come ora) del termine “cosa”, dimenticando la vastità del significato della “res” latina. Mi sfuggiva soprattutto l’aspetto  dell’abito mentale del suggerimento, il senso di consapevolezza della dignità delle “cose”, il senso di rispetto profondo di se stessi e degli altri nella delicata operazione di fusione della  realtà del proprio modo di essere e la realtà fisica: procedure, non codificate, permeate da un senso profondo di empatia umana, modelli, meccanici sì, ma lineari e trasparenti nella loro umiltà di rappresentare l’incarnazione di un pensiero…

… Ai giorni d’oggi gl’innocenti cartelli hanno lasciato il posto ad attestati di certificazioni di qualità a volte sbandierati fino alla nausea a volte accennati con rara discrezione. A parte la serietà e la competenza, neanche minimamente discutibile, degli enti certificatori, la gestione quotidiana spesso procede in senso opposto a quello dello spirito stesso della “qualità”. Altro che consapevolezza della dignità delle “cose”, altro che senso di rispetto profondo di se stessi e degli altri!!! Nei migliori dei casi la certificazione è soltanto uno specchietto per le allodole tutta tesa a turlupinare la buona fede altrui con una offerta di vuoto e d’inconsistenza, nei peggiori diventa strumento di prevaricazione, di rivalse personali, di misfatti sapientemente camuffati che annichiliscono la radice stessa del pensiero: tutto diventa una terra devastata su cui aleggia spettrale il terrore e il livore, la dissociazione e il disincanto, il meccanicismo robotico e l’infingardaggine, la reazione sanguigna e l’apatia… il tutto cementato da rari momenti di sorrisi e omaggi floreali che hanno  solo il significato dell’appagamento di una vorace antropofagia altrimenti impossibile.
ALLA FACCIA DI CERTA QUALITÀ!!!

 

 

 

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